
“Sometimes awful things have their own kind of beauty”
La battuta sopra citata viene detta a metà del film, quando lo spettatore si è già fatto un’idea della pellicola.L’ho letta come una risposta preventiva di Tom Ford, tra le righe, a chi ha trovato il film “esteticamente troppo bello, perfetto, come fosse un spot di un suo profumo”. Questa è l’accusa più superficiale che si può fare a questa pellicola, e sicuramente Ford era già preparato a questo tipo di reazione.
Tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood del 1964 il film racconta la solitudine di un uomo che ha da poco perso il suo compagno in un incidente automobilistico. George Falconer, interpretato da un magnifico Colin Firth (vincitore della Coppa Volpi come miglior attore e nominato all’Oscar) combatte come può il suo stato emotivo, preparando accuratamente la sua maschera ogni mattino per la gente che si aspetta una determinata persona davanti (“Impiego molto tempo al mattino per diventare George, tempo per adeguarmi a quello che ci si aspetta da George, come deve comportarsi” ). Julianne Moore, nella parte dell’amica/un tempo amante Charley, da prova della sua solita bravura interpretando un personaggio sopra le righe, unica vera figura femminile di questo film.
Il film è elegante, bello da vedere ma anche bello da “sentire”.Splendide inqudrature, montaggio, sonoro, fotografia ed una colonna sonora tra le migliori degli ultimi anni. Per molti, o meglio per qualche critico,tutto questo “bello” è il punto debole dell’opera. Sarà che ormai siamo abituati al “cinema verità” ma trovo triste attaccare un film per questo motivo (d’altronde non ci si poteva attaccare ad altro, visto che la sceneggiatura fila liscia e gli attori sono tutti egregi).
Forse si ci dimentica dei melodrammi dell’era d’oro di Hollywood (che personalmente traccio fino agli anni 60), dei film curati da Cecil Beaton o diretti da Douglas Sirk, ma anche dei lavori di Visconti (mi viene in mente “Ludwig”, non è forse curato sotto ogni minimo aspetto?). Quello di Ford è un melodramma, volutamente accentuato nella forma ossessivamente curata per creare un contrasto con gli avvenimenti che descrive (c’è un senso di claustrofobia che si estende per tutto il film, e non è forse quello che il personaggio sta provando?). Ma se anche tutto questo fosse frutto della mia immaginazione, sarebbe veramente così disdicevole apprezzare un film per la sua forma, oltre che per gli altri motivi che ho già elencato?
“A Single Man” gode anche di uno dei migliori doppiaggi italiani degli ultimi tempi, quindi per una volta mi sento di voler consigliare anche la versione doppiata (ma un film andrebbe visto nella sua lingua originale a prescindere).
Non avete scuse, guardatelo.